Narrazioni per l’emergenza e la ricostruzione 1_

Posted on 21 giugno 2012

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piste per l’analisi

Pensando ad un terremoto, ad una distruzione nell’Emilia Centrale viene in mente la Ricostruzione, quella con la R maiuscola: i macchinari salvati dai tedeschi a prezzo della vita dagli operai, le maniche rimboccate, il gigantesco sforzo collettivo che parte dal basso, ecc. Viene in mente il Friuli, dove la ricostruzione, a differenza del quasi contemporaneo terremoto del Belice avviene velocemente, anche qui gente che si tira su le maniche, scava recupera, ricostruisce.

Nei due casi, attori, ruoli e relazioni (istituzioni, imprenditori, associazioni) sono abbastanza simili, così come simile, nelle sue caratteristiche fondamentali, è la storia.

Quale luogo meglio dell’Emilia Centrale perché questa storia si ripeta?

Ci sembra, invece, che oggi la storia possa, e forse debba, essere diversa, con effetti che non sappiamo prevedere, ma forse vale la pena studiare, anche per evitare che la fine non sia lieta.

Il primo effetto che non sappiamo prevedere è il fantasma dell’Aquila, ovviamente. All’Aquila non solo la popolazione, ma anche le autorità e il governo locali sono state e sono escluse ed esautorate, la ricostruzione viene gestita, o dovrebbe essere gestita a livello centrale. Il modello si è inceppato da più di un punto di vista: inefficienza e corruzione, e la ricostruzione ‑ a tre anni dal sisma ‑ è poco più che cominciata. Oggi si cerca di far virare la macchina verso la partecipazione e la responsabilizzazione dei comuni dopo una lunga fase che ha lasciato macerie istituzionali. Virare, non ottenere. Ma ci sono segni evidenti della volontà di cambiare indirizzo.

Qualche segnale ci dice che anche da noi potrebbe succedere quanto si era verificato all’Aquila (la popolazione viene tenuta lontano da case e capannoni). D’altra parte la scossa del 29 maggio ha messo in evidenza l’importanza di porre massima attenzione ad un fenomeno nuovo, in questa entità, per queste terre. Pesa la constatazione che si sono fatti errori nella costruzione dei manufatti e nel controllo delle strutture.

Tuttavia è forte il timore che la direzione, l’esecuzione della ricostruzione e le decisioni relative vengano prese lontano, lentamente. Insomma, va certamente ri-disegnata la mappa delle competenze e delle responsabilità, ma con molta attenzione, per evitare di annegare in un mare di burocrazia, se non di corruzione.

Oltre al fantasma dell’Aquila c’è anche il fantasma del Belice: a Gibellina si è costruito con grande uso di intelligenza e capacità progettuale una nuova città che non ha avuto né gli usi né il successo sperato.

Sarebbe importante riflettere su alcune storie di ricostruzione, individuare agenti e relazioni, e capire cosa sta succedendo, o potrebbe succedere in Emilia.

Nelle storie di ricostruzione (la Ricostruzione, il Friuli…) che hanno avuto successo, un numero limitato di attori, soprattutto locali, i cui ruoli erano definiti o è stato facile definire, hanno collaborato affinché tutto tornasse come prima (esagerando un po’). Oggi, in Emilia, un numero più elevato di attori, per diverse ragioni, con ruoli almeno in parte da definire, deve affrontare un processo che porterà a che alcune cose tornino come prima, mentre altre dovrebbero essere adeguate ad una situazione che nel frattempo è cambiata.

Il secondo effetto è ancora più vago, ma ha a che vedere, più in generale, con le incrinature del rapporto tra reti di relazioni sociali e sistema produttivo, tra gente e imprese, chiamatele come volete, che ha caratterizzato gli ultimi dieci anni, anche in Emilia e anche nei distretti.

Lo abbiamo visto, per esempio, nei pranzi per la raccolta dei fondi per il terremoto organizzati dagli ambienti della solidarietà emiliana. Alcuni, soprattutto operai e impiegati “in servizio”, raccontavano come fossero entrati negli edifici per salvare il salvabile, come si fossero fermati dopo la seconda scossa, ma che comunque appena possibile sarebbero rientrati. Altri, non pochi (gente senza rapporti diretti con le imprese colpite), sostenevano che l’importante è la sicurezza, e che prima bisogna essere assolutamente sicuri, e poi si vedrà, e che in fondo le fabbriche non sono così importanti, e poi sono fatti dei padroni.

Sono le conseguenze di quella che, per farci capire, Rullani chiama “crescita dissipativa” e sulla quale c’è in ogni caso da meditare.

C’è un altro punto che guarda anche questo alle implicazioni di medio-lungo periodo: Il terremoto frammenta la società in ogni suo segmento e propone questioni inedite di ardua soluzione. “Qualche anno fa – scrive AG ‑ mi è capitato di discutere una tesi di dottorato sulla storia del terremoto dell’Irpinia. Il lavoro non si soffermava soltanto sui danni materiali, economici e sociali provocati dal sisma, ma proseguiva, addentrandosi nel dopo terremoto. Era la parte più interessante: come i mille problemi, che si erano presentati all’indomani di quella tragedia, erano stati affrontati e, solo in parte, risolti. Sono due aree del nostro paese molto diverse, ma ricordo che restai impressionato da quello che scriveva il candidato: gran parte di quelle cose io proprio non le avevo pensate, né trovate sui giornali, perché purtroppo il terremoto frammenta la società in ogni suo segmento e propone questioni inedite di ardua soluzione. Immagino che in questo caso la prospettiva non cambi, con l’aggravante che questa è una delle province più vitali dell’intera nazione”.

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