Terre di confine unite dalla ricostruzione.

Posted on 26 giugno 2012

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Il 22 maggio 2012 Pier Luigi Cervellati ha scritto sul terremoto per il Corriere Bologna. Quanto segue è l’incipit dell’articolo.

La terra in cui convergono le tre province di Modena, Ferrara e Bologna è una terra considerata marginale. Di confine. Una terra trascurata fin da quando gli Este scapparono da Ferrara per rifugiarsi a Modena. Terra in cui non fu mai attuata quella grande opera di bonifica, definita da Michel de Montaigne nel suo “Giornale del Viaggio in Italia” del 1580, una “macchina perfetta”. Terra di Castelli e di Chiese che dominano centri abitati caratterizzati ancora cento anni fa dalla presenza di fiumi – come a San Felice sul Panaro – torrenti e canali in cui si riflettevano gli stessi monumenti (come a Finale). Terra d’acqua. Forza della natura, motrice (per i tanti mulini) e distruttrice (per le continue alluvioni avvenute anche dopo le bonifiche del primo novecento). Prima del finire del secolo scorso, alcuni comuni avevano cercato di consorziarsi, di formare una specie di comprensorio che potesse affrancarli dalla disattenzione delle rispettive Province. Non so che fine abbiano fatto questi tentativi.

Riprendiamo qui questo testo, che prosegue con numerose altre considerazioni, per ricordare che il terremoto è avvenuto in terre di confine, e questa può essere l’occasione  per rilanciare l’ipotesi di una visione unitaria di questi luoghi.

Pensiamo che ai fini della ricostruzione sia bene partire dall’idea di un comprensorio unitario di intervento.

Un comprensorio visto non principalmente in modo tradizionale, come una sorta di “isola” impegnata a costruire forti relazioni orizzontali e a coordinarsi al proprio interno, ma come un hub di relazioni verticali verso la Regione, lo Stato centrale, l’Europa, su priorità tematiche strategiche: quelle a cui ad esempio fa cenno Pier Luigi Cervellati nel suo articolo, e altre di cui si trovano le tracce in questo Blog. Tipicamente hanno assimilato questa visione di hub attivo in verticale le città e i programmi urbani come URBAN o URBACT, ambiti in cui la complessità dei problemi spinge a cercare all’esterno risorse e competenze che non sono tutte presenti localmente. Questa volta, a maturarla, sarebbe un’area classificata come rurale.

Questa visione è realistica sullo sfondo del processo di programmazione dei fondi europei 2014-2020 per lo sviluppo regionale, già in corso. Gli addetti ai lavori stanno discutendo degli strumenti che la Commissione europea mette a disposizione delle regioni per il nuovo ciclo. Tra essi è incluso quello definito Community-led Local Development, la cui dimensione di intervento dovrebbe risultare sufficientemente ampia da coprire una grande varietà di situazioni (10.000 – 150.000 abitanti e forse oltre). Le Terre di confine colpite dal terremoto potrebbero essere convocate assieme a dare concretezza a questo strumento in Emilia-Romagna, dando un segnale importante di capacità di reazione e di innovazione anche istituzionale.

Potrebbe essere l’occasione per trasformare una tragedia in opportunità, non limitandosi solamente ad una ricostruzione materiale ma favorendo la dimensione del sogno.

Ad esempio sostenendo l’iniziativa del parco città-campagna promossa dall’Associazione di cittadini ParcoLama di Carpi, si garantirebbe il ruolo degli spazi aperti nella progettazione di riqualificazione di un’area fortemente urbanizzata.

Un altro caso significativo potrebbe essere il recupero della chiesa di Pieve di Cento e quindi degli affreschi del Guercino con un intervento architettonico chiaramente innovativo mediante un concorso internazionale.

La stessa cosa si potrebbe dire per Finale Emilia, più volte denominata dallo stesso Cervellati “la piccola Venezia”, con interventi di architetti ed artisti che riportino al centro le antiche vie d’acqua.

Pensiamo che in questi territori si possa sperimentare l’architettura della solidarietà, quella della green economy a basso consumo energetico, usando al meglio l’innovazione tecnologica. A nostro avviso questa sfida andrebbe lanciata alla comunità nazionale ed internazionale in occasione della prossima Biennale d’architettura di Venezia. Non a caso il curatore del Padiglione Italia, Luca Zevi, ha scelto come simbolo di quel suo padiglione “un imprenditore illuminato” come Adriano Olivetti: “Il profeta di una grande tradizione che è stata capace di mettere insieme politica industriale, politiche sociali e promozione culturale nel segno dello sviluppo.” [AN e MC]

 

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