Ricostruire: dove e come

Posted on 4 luglio 2012

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A poco più di un mese dal terremoto che ha scosso la bassa pianura è forse presto per fare bilanci, perché ancora i rilevamenti sono in corso, ma certo non è presto per tracciare un percorso che porti alla ricostruzione.

In quasi tutti i comuni colpiti dal sisma, il rilevamento dei danni, che consente di distinguere i fabbricati agibili da quelli che presentano una situazione di inagibilità, è attualmente ancora in corso e purtroppo durerà ancora molti giorni. Per avere gli esiti di questo rilevamento, per conoscere cioè il numero esatto e l’ubicazione degli edifici inagibili, sarà poi necessario attendere il completamento della registrazione di tutte le schede di rilevamento del danno.

L’importanza di concludere al più presto i rilevamenti e le conseguenti registrazioni delle schede sta nel fatto di poter determinare il numero di abitazioni inagibili e programmare, di conseguenza, gli interventi per alloggiare in modo provvisorio, ma non troppo disagiato, in Moduli Abitativi Provvisori (MAP), le famiglie che non potranno rientrare nelle loro case, in attesa della loro riparazione o ricostruzione.

Poiché è necessario programmare l’arrivo di questi moduli MAP al più presto, è urgente determinare il numero di MAP da reperire, anche solo sulla base delle prime stime degli alloggi provvisori necessari ed è urgente che i Comuni definiscano le localizzazione di questi moduli abitativi provvisori, possibilmente prossime agli edifici danneggiati da ricostruire, per chiarire definitivamente che qui, in Emilia, non si vogliono le new towns delL’Aquila e che le case dovranno essere ricostruite lì dove erano prima del terremoto.
Sulla base della valutazione dei danni, si potrà definire che cosa va ricostruito, dove e come.

       Sul dove:

L’Emilia è un luogo in cui la pianificazione urbanistica ha avuto una storia importante e questo la rende diversa, di fronte all’emergenza, dalle altre realtà terremotate. Qui non si pone il problema di dover approntare piani di ricostruzione su un territorio non pianificato. Tutti i comuni danneggiati dal sisma hanno un PRG e molti di loro hanno già approvato il PSC (Piano Strutturale Comunale) introdotto dalla LR 20/2000. Per questi è già stato stabilito “dove” ricostruire, sia che si tratti di aree per strutture temporanee che di aree per edifici di nuovo insediamento, in ambiti territoriali che presentano idonee condizioni di sostenibilità ambientali e territoriali.

Nel caso emiliano, il “Piano della ricostruzione” invocato dal recentissimo DL 83/2012 (art. 10) è un “POC (Piano Operativo Comunale) della ricostruzione”, cioè un piano di azioni, che può diventare estremamente più efficace del Piano della ricostruzione di cui al citato DL 83/2012, declinato sulla falsariga dei provvedimenti aquilani, senza considerare che la situazione emiliana è profondamente diversa, quanto meno sotto il profilo della pianificazione.

       Sul come:

Diverse sono le tipologie di edifici danneggiati:

–   Per le imprese industriali e artigianali che intendono riattivare l’attività, il problema della ricostruzione viene affrontato in modo diretto dai privati, intervenendo sui fabbricati per recuperarli, quando il danno sia modesto, ovvero intervenendo più radicalmente con interventi di demolizione e ricostruzione. Per questa tipologia di edifici, il problema è prevalentemente di tipo economico: interviene chi ha o trova le risorse economiche per intervenire.

Chi non dispone di queste risorse economiche, sceglie alternative di soluzioni in affitto in altri comuni non danneggiati dal sisma, provocando due effetti estremamente negativi: da un lato l’impoverimento del tessuto economico locale (anche in termini di occupazione) e dall’altro l’abbandono delle strutture danneggiate nello stato in cui si trovano.

Le istituzioni dovrebbero proporsi, attraverso uno specifico provvedimento regionale, di “governare” questo processo di rinnovamento, accidentale ma comunque straordinario per gli esiti che necessariamente potrebbe avere, cogliendo l’occasione perché si operi un più radicale rinnovamento che si proponga di raggiungere oltre agli obiettivi della sicurezza, anche quelli della riduzione degli impatti sulle componenti ambientali e di una maggiore efficienza energetica. Ma per questo non bastano provvedimenti normativi. Serve soprattutto un sostegno economico.

–   Per gli edifici residenziali i problemi sono diversi, in relazione alla loro ubicazione:

– per gli edifici ubicati nei centri storici, attualmente completamente evacuati (zona rossa), l’impegno prioritario deve essere rivolto al recupero del centro storico nel suo complesso, come luogo della memoria della storia urbana e dei suoi abitanti, che non può andare perduto. Qui il tema della ricostruzione non può che essere affrontato in modo consorziato fra i proprietari degli immobili, considerato che gli interventi di recupero di un singolo edificio sono possibili solo se gli edifici posti al suo fianco non hanno subito danni o se l’intervento di recupero di più edifici danneggiati viene affrontato contestualmente.

Per questi edifici si pone il problema della tipologia di intervento da attuare, considerato che si tratta di edifici per lo più assoggettati a tutela dai piani urbanistici, per i quali gli interventi previsti dalle normative vigenti sono solo di tipo conservativo. Per molti di essi il restauro conservativo non è più applicabile, almeno non con le modalità consuete, considerato che gli interventi di tipo strutturale potrebbero essere così consistenti da richiedere demolizioni importanti. Si pone quindi un problema di superamento della disciplina urbanistica attraverso un dispositivo regionale ad hoc che lo preveda.

Per questi edifici, per i quali è indispensabile la ricostruzione, “dove e come erano”, per recuperare l’identità dei luoghi, i tempi di intervento non sono brevi, sia per la delicatezza degli interventi da attuare, sia perché non tutti i proprietari avranno le risorse per affrontare interventi così consistenti sotto il profilo economico, sia perché la proprietà di questi edifici è spesso frammentata per alloggi. Ci si deve quindi chiedere da subito come si potrà intervenire in questi casi, per non disincentivare anche coloro che vorrebbero intervenire subito.

– Per gli edifici ubicati nell’area urbana o nelle frazioni, si dovrà incentivare, in tutti modi possibili, il recupero/consolidamento ovvero la ricostruzione degli edifici esistenti, lì dove sono, non tanto per il valore intrinseco degli edifici, ma proprio per l’importanza che essi rivestono nel comporre il tessuto urbano. Il loro abbandono a favore di nuovi edifici da realizzare, ancorché in aree pianificate dagli strumenti urbanistici già approvati, provocherebbe lo svuotamento di parti significative del tessuto urbano, impoverendolo e destinandolo necessariamente ad un degrado fisico, oltre che funzionale.

Per questi, le istituzioni dovranno fornire soluzioni con alloggi provvisori, ubicati in prossimità degli edifici da ricostruire o comunque in aree pubbliche (o acquisite temporaneamente), urbanizzate a questo fine, per il tempo strettamente necessario alla realizzazione degli interventi di recupero o ricostruzione nei lotti originari, utilizzando Moduli Abitativi Provvisori (MAP), adeguatamente attrezzati, che possano risultare confortevoli (riscaldati, raffrescati, forniti di collegamenti elettrici e alla rete, ecc.) ma che mantengano un carattere di provvisorietà, proprio per significare il fatto che l’obiettivo finale non è quello della stabilizzazione della provvisorietà ma piuttosto quello della ricostruzione.

Per incentivare questi interventi dovranno essere previste modifiche normative e premialità urbanistiche, nel rispetto delle regole urbanistiche fondamentali.

– Per gli edifici ubicati nel territorio rurale, si pongono diversi problemi. Molti degli edifici distrutti o seriamente danneggiati dal sisma non sono recuperabili e dovranno essere completamente ricostruiti. La maggior parte di questi edifici rivestiva interesse storico-architettonico o testimoniale e certamente costituiva l’elemento di caratterizzazione fondamentale del paesaggio rurale della nostra pianura. Pur con molto dolore, dobbiamo prendere atto del fatto che sarà impossibile ricostruire questo patrimonio com’era e dov’era e che il paesaggio delle nostre campagne di pianura, così com’era, è perduto per sempre. Per molti di essi il restauro conservativo previsto dagli strumenti urbanistici non è infatti più applicabile, sicuramente non con le modalità consuete. Si pone quindi, anche in questo caso, un problema di superamento della disciplina urbanistica, attraverso un dispositivo regionale ad hoc che lo preveda, tenendo fermo il principio fondamentale che l’emergenza non può e non deve essere la chiave per una deregolazione assistita.

–   Per gli edifici pubblici, è necessario considerare che alcuni di loro (ad esempio i municipi) dovranno essere necessariamente recuperati o ricostruiti com’erano e dov’erano, perché rappresentano il luogo centrale dell’identità della città, provvedendo temporaneamente ad ospitare gli uffici in strutture temporanee, possibilmente ubicate comunque in aree centrali. Il recupero degli edifici pubblici, nelle aree  urbane storiche, deve essere accompagnato dalla ricostruzione della rete delle piccole attività commerciali e di artigianato di servizio che costituiscono la trama della vita quotidiana degli abitanti.

Per le scuole, così seriamente e diffusamente danneggiate dal sisma, è importante che la ricostruzione sia programmata in modo da garantire, in una logica di due tempi, che l’emergenza non divenga una condizione stabile. È cioè necessario che si preveda di utilizzare strutture temporanee per il tempo strettamente necessario a ripristinare gli edifici ora inagibili o a costruirne di nuovi quando gli edifici non siano recuperabili, non accontentandosi di soluzioni con strutture più conformate e di più lunga durata, ma comunque precarie e non definitive, che renderebbero stabile la provvisorietà nel tempo. È cioè necessario che le risorse economiche per la ricostruzione siano canalizzate verso strutture temporanee da utilizzare nel breve periodo, smontabili e riciclabili per altri eventi e, contemporaneamente, verso strutture edilizie definitive, che diano alla popolazione una prospettiva di stabilità.

[Carla Ferrari e Margherita Russo
con Giuseppe Campos Venuti]

4 luglio 2012

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