Ricognizione sul campo_4, Cavezzo e Sant’Antonio in Mercadello, 17 luglio 2012: appunti di GP

Posted on 23 luglio 2012

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Le impressioni, le riflessioni,  i problemi e le proposte emersi durante le visite ad alcuni campi autogestiti della provincia di Modena. Le visite sono state l’occasione per effettuare delle interviste ad alcuni ospiti dei campi, che hanno permesso al gruppo di lavoro di avere uno sguardo diretto sulla situazione.

Questa è una nota di Giulia Piscitelli.  NON è, quindi, un verbale ufficiale. [appunti fotografici]

Chi
Il gruppo che ha effettuato le visite nei campi autogestiti era composto da:

conduttori dell’intervista
Maddalena Vianello, Officina Emilia, UniMoRe
Paolo Silvestri, docente di UniMoRe

riprese
Stefano Mazza, Visualmedia, Bologna

Documentazione
Giulia Piscitelli, Officina Emilia, UniMoRe
Gilberto Mazzoli, studente UniMoRe che sta effettuando le 150 ore presso OE
Simona Summa, studentessa UniMoRe che sta effettuando le 150 ore presso OE

Cosa: campi visitati e documentazione prodotta
I campi visitati
Il gruppo ha visitato il campo di Sant’Antonio in Mercadello, il campo di Ponte Motta di Cavezzo, il campo allestito presso il Palaverde di Cavezzo.
E’ stata effettuata una approfondita intervista a Francesca Corcione. L’intervista è durata circa due ore e ha riguardato i temi evidenziati nella traccia di intervista elaborata da Margherita Russo, Paolo Silvestri e Maddalena Vianello.

La documentazione prodotta
Durante questa giornata sono state scattate foto e fatte riprese. Ne potrà quindi uscire un breve video di presentazione del progetto “Ricostruiremeglio”.
E’ stata inoltre prodotta una prima trascrizione dell’intervista a Francesca Corcione, di cui qui si offrono alcuni spunti, in fase di revisione.
Durante l’intervista stessa, sono stati pubblicati alcuni tweet pubblicati sulla pagina facebook (e ovviamente sul canale twitter) di ricostruiremeglio. Si è offerta in questo modo una sorta di diretta, che ha dato l’idea del lavoro in corso.

Dall’intervista a Francesca Corcione

Informazioni generali sui campi di Cavezzo e sulla loro storia
Innanzi tutto, bisogna dire che qui a Cavezzo si è verificata un’anomalia: essendo l’emergenza stata dichiarata 9 giorni dopo rispetto agli altri comuni, si è potuto vedere cosa succedeva negli altri campi.
Dopo la scossa del 20 maggio, le persone sono state invitate ad uscire dalle case per incontrarsi presso il palazzetto dello sport. Ma vi erano state montate poche tende, molte famiglie preferivano dormire in macchina. Il parcheggio del palazzetto è stato sin dall’inizio il punto di raccolta di un numero sempre maggiore di famiglie: questo perché il palazzetto è il punto individuato come luogo di raccolta in caso di emergenza per i bambini delle scuole.
Dal giovedì successivo la protezione civile ha iniziato a montare il campo.  I volontari aquilani, primi ad arrivare, hanno messo in guardia i terremotati circa l’organizzazione dei campi della protezione civile: tramite l’installazione di recinzioni e sbarre si sarebbe arrivati alla militarizzazione dei campi. Pur avendo l’amministrazione rassicurato circa questo tipo di fenomeno, il campo è stato chiuso e recintato. Motivazione: sicurezza e tutela contro violenze. In occasione della limitazione all’accesso al campo da parte di bambini, è stato ribattuto che il campo non è del Comune, ma della protezione, che la protezione civile decide le regole.
A Cavezzo esistono diversi campi, molti dei quali sono autogestiti. Quello di Ponte Motta è il più grande. Da subito è arrivata l’acqua. Ma soprattutto c’è stata la volontà comune di aiutarsi. All’inizio si usava solo il bagno del bar, senza doccia. La possibilità di farsi la doccia è stata data il venerdì successivo alla seconda scossa. Nel giro di una settimana il Comune ha messo a disposizione bagni chimici per i campi più affollati. Era stato offerto supporto sanitario dai volontari aquilani, ma la Regione Emilia Romagna ha invitato ad eliminare questo presidio medico, perché la Regione stessa ha un sistema sanitario autonomo. Eventuali esigenze del campo devono essere soddisfatte dal 118.

Demografia
Il campo complessivamente ospita tra le 500 e le 600 persone. Il bimbo più piccolo ha 5 mesi. In  totale ci sono circa 60 bambini. Gli anziani (over 50) sono circa 100. Molti sono extracomunitari, per lo più musulmani. I cinesi hanno deciso di autogestirsi in piccoli nuclei (allestendo dei micro campi). Nel palaverde (campi da tennis coperti con 360 posti letto) sono quasi tutti musulmani: sono stati i primi ad essere sfollati in quanto residenti nelle case rese inagibili o crollate già dalla prima scossa. Questo campo è gestito da volontari, per lo più scout.
Chi è fuori dal campo della Protezione Civile, lo ha fatto per scelta. È difficile condividere la tenda con altre persone. Si sta fuori anche per la volontà di tenere i nuclei famigliari uniti, cosa che non è possibile in un campo della protezione civile. C’è chi è fuori anche perché non c’è posto: su 7000 abitanti circa, ci sono più o meno 300 posti. Non ci sono più sfollati, ma c’è ancora molta paura nel tornare a casa.

Gli aiuti
I primi aiuti sono arrivati da Modena, alle 12 del 29 maggio (acqua e pane dai paesi vicini). Poco e niente è invece arrivato dalle grandi aziende locali. Questo, forse, anche a causa della burocrazia: il nostro datore di lavoro, per esempio, voleva aprire una cassa a favore di noi operai, ma si è trovato talmente tanti paletti che ha devoluto i soldi direttamente al comune. Nonostante fossero soldi suoi, non è riuscito a fare ciò che voleva.
Tutti gli aiuti confluiscono in un magazzino condiviso dalla protezione civile e dal campo autogestito. Esiste la possibilità per chi è rientrato in casa di usufruire degli aiuti dati nel campo autogestito. Gli aiuti vengono erogati ai soli abitanti di Cavezzo, identificati tramite un braccialetto: verde per chi risiede nei campi (sia della protezione sia del campo autogestito), rosso per chi è fuori dal campo, ma può ritirare il pasto. Alcuni, pur non essendo cittadini di Cavezzo, ricevono comunque aiuti (es: bambini custoditi da nonni residenti). La regola generale è il buon senso. In alcuni campi è stato adottato un kit distribuito settimanalmente, o più frequentemente, con quantità minime di prodotti. Qui si misurano le cose in base al numero delle persone, indipendentemente dalle preferenze e dalle lamentele. L’autogestito nasce così: viene migliorato col tempo, soprattutto nell’erogazione degli aiuti.
Gradualmente gli aiuti materiali sono diminuiti. La protezione civile si occupa dei prodotti freschi (frutta e verdura, salumi e formaggi): di recente la stessa ha chiesto di trovare un modo alternativo per il reperimento di questi beni perché i relativi fondi sono in esaurimento.

La chiusura dell’emergenza: verso la normalità
Il 29 luglio, a 60 giorni dalla seconda scossa di terremoto, verrà chiusa l’emergenza. Dal primo agosto potrà restare nel campo solo chi è residente e ha la casa inagibile o distrutta. Non tutti se la sentono di rientrare a casa, e soprattutto non tutti hanno le risorse per sistemare la propria abitazione: sono comunque obbligati a lasciare il campo, anche se non sono obbligati a rientrare in casa. I generi alimentari saranno distribuiti gratuitamente solo a coloro che hanno la casa inagibile o distrutta. C’è da tener presente però che chi ha la casa inagibile potrebbe avere una situazione economica stabile, chi, al contrario, ha la casa agibile, non è detto che abbia disponibilità economiche (es: lavoratori in cassa integrazione). Si è riflettuto sulla possibilità di utilizzare altri criteri, come l’ISEE provvisorio, almeno nell’erogazione degli aiuti.
Sui contributi che si riceveranno per ricostruire la propria casa non c’è ancora nulla di definito. Quello che è abbastanza chiaro è che riguarderà solo i proprietari di prima casa e che riguarderà solo le case considerate di livello D ed E. Non si sa nulla neanche sui tempi. Non si sa neanche di chi è carico la rimozione delle macerie e la demolizione. Pare che al Comune spetti la messa in sicurezza. Poi il resto è a carico del privato. Ma chi non può permetterselo?
E il ruolo delle banche? C’è qualche banca che ha sospeso tutti i mutui e i tassi di interesse. Altre banche invece no, lo fanno solo se tu lo richiedi e se presenti un documento, e comunque devi continuare a pagare gli interessi. Le utenze: cosa succederà dopo settembre? Pagheremo gli arretrati delle utenze e dell’IRPEF?

L’istruzione
Il terremoto ha creato tantissimi disagi, soprattutto nelle scuole superiori e medie. Per esempio, vi sono alcune valutazioni un po’ “falsate” degli esami, a causa del calo di rendimento che il terremoto ha creato anche negli studenti migliori. Come sarà la futura gestione degli asili nido e delle scuole primarie? Si useranno container? E ce ne sarà uno per classe? Mi riesce difficile immaginarlo. Vi sarà poi un probabile slittamento dell’inizio dell’anno scolastico, almeno a Cavezzo. La burocrazia è lenta e niente si è mosso finora.
Con grossa probabilità non vi saranno laboratori.  Cavezzo poi non ha più né palestra né palazzetto dello sport, nemmeno nei comuni vicini: come faranno i nostri ragazzi a fare educazione fisica? Alcuni privati e banche si occuperanno di ristrutturare o ricostruire le scuole primarie durante il prossimo anno: in questo senso ci sono vari progetti.

Le donne
I disagi nella gestione della famiglia non sono piccoli: col terremoto cambiano gli orari, le aziende delocalizzano. Emergono così problemi nella gestione del tempo e del bambino (centri estivi sono solo part time). Se tuo marito lavora e ha quell’impegno fisso, sei tu donna che spesso devi contare solo sulle tue forze per questa gestione.
Altre donne, invece, si sono ritrovate a casa dal lavoro e a dover gestire da sole la famiglia d’origine, i genitori anziani. Questo ha significato, a volte, un allontanamento delle badanti, e quindi una ulteriore perdita di lavoro. Si è verificato anche il fenomeno inverso: tante badanti sono fuggite per la paura.  Per lo stesso motivo abbiamo perso tanti dipendenti extracomunitari perché hanno preferito tornare a casa. Ci sarà successivamente bisogno di riassumere quelle professionalità.

Impressioni a caldo
Devastazione vs dolcezza e malinconia
L’impatto del terremoto è ancora evidente, e pienamente visibile. Salta all’occhio. E’ impressionante il numero di macerie che ancora insistono sulle terre colpite dal sisma, e viene facile il parallelo con una zona bombardata.
Come ha scritto Campos Venuti, è la perdita del patrimonio architettonico rurale che colpisce maggiormente. Non solo perché è irrecuperabile e irriproducibile (gli edifici non potranno mai più essere ricostruiti come prima); ma anche perché fortissimo è il contrasto tra la violenza che emerge dal crollo e la malinconia, la dolcezza del paesaggio circostante.
Un paesaggio che, anche nelle più limpide giornate estive, non può che ricordare le languide nebbie fotografate da Luigi Ghirri[1].
Vi si ritrovano gli stessi viottoli, le stesse villette, gli stessi scorci. Ma distrutti.

Libertà vs necessità di mettere di paletti
Anche questo è un tema fin troppo ovvio, e che salta subito agli occhi: è facile immaginare la difficoltà della convivenza, la violenza determinata dal fatto di non avere privacy e di non poter neanche mangiare quello che si vuole.
Mi hanno molto colpito i racconti che Francesca ha fatto sul grado di militarizzazione dei campi della protezione civile. Capisco perfettamente i sentimenti di Francesca e degli altri terremotati, capisco la rabbia che suscita una telefonata della propria figlia che ti dice che non può giocare coi suoi amici perché non li fanno entrare nel campo.
Francesca, però, ci ha anche raccontato dei problemi che hanno avuto nella distribuzione di generi alimentari e non: persone che si stavano facendo la scorta in garage, persone che nessuno sapeva chi fossero ma che usufruivano della distribuzione di risorse. Anche i responsabili dei campi autogestiti, in fondo, hanno reagito mettendo dei paletti ben chiari, che si basano soprattutto sulla chiara identificazione delle persone.
L’identificazione delle persone, sapere chi c’è nel campo, definire “chi siamo” è quindi un tema fondamentale al fine di non far degenerare la situazione nel caos. Il concetto di identità poi, in questo caso, si ricollega strettamente a quello di equità: l’esigenza di sapere chi hai davanti – soprattutto nel momento della distribuzione di risorse – nasce (anche) dalla volontà di essere certi che non stai prendendo più risorse degli altri.
Nel caso dei campi della protezione civile, l’identificazione non riguarda solo le persone che frequentano il campo, ma anche il campo stesso, che viene delimitato chiaramente attraverso reti di recinzione. Francesca ci ha raccontato che questo avviene per motivi di sicurezza, onde evitare danni e violenza da parte di estranei. Questa necessità non è invece avvertita nei campi autogestiti. I motivi possono essere molteplici, ma forse c’entra anche il fatto che la protezione civile si configura come “istituzione”, mentre un campo autogestito no. Essere un’istituzione credo significhi anche tutelarsi preventivamente da eventuali problemi; se invece succede invece qualcosa in un campo autogestito è la comunità tutta insieme che ne risponde, e insieme deciderà di volta in volta come reagire.

Isolamento vs aggregazione e comunità
I campi che abbiamo visitato in queste giornate offrono, sotto questo aspetto, situazioni molto diverse.
Il campo di sant’Antonio in Mercadello è isolatissimo, in mezzo al niente. Però, grazie all’impegno di amministratori locali, volontari ecc, ha comunque le sue lavatrici, le sue docce, i suoi spogliatoi, la sua cucina. E anche qui vengono fatte spesso iniziative per intrattenere chi alloggia in questo campo. La prima impressione, sbagliata, che  avevo invece avuto era invece che chi alloggia in questo campo fosse lasciato a se stesso. Dopo aver riflettuto meglio, anche grazie a Paolo, mi sono chiesta da dove fosse derivata questa mia prima idea, e mi sono data due risposte. La prima è che c’entra la dimensione: stiamo infatti parlando di un campo veramente piccolo. La seconda, è che c’entra il ruolo che abbiamo avuto. Il fatto che appena arrivati ci fossimo messi a giocare – e quindi a intrattenere – i bambini ospiti del campo poteva dare l’impressione che non c’era nessun altro a farlo.
Il campo di Ponte Motta di Cavezzo, invece, è enorme, e sorge di fianco a due importanti punti di riferimento (il campo della Protezione Civile e il Palazzetto dello sport). Il fatto, poi, di aver avuto una interlocutrice come Francesca che ci ha raccontato tutto ha avvalorato in me l’impressione di essere accolta da una comunità. Le risate che ho sentito durante il pranzo alla mensa, e i racconti di Antonio[2] sulla riluttanza delle persone ad abbandonare il campo[3] mi sembrano dare conferma del fatto che questo è, seppur nella disgrazia, un vero luogo di aggregazione che si è evoluto nel corso del tempo mettendo a disposizione degli ospiti sempre più servizi.
Il Palaverde, il luogo degli “sfollati della prima ora”, in prevalenza immigrati, mi ha fatto veramente paura. Più che un campo mi è sembrato un dormitorio, certo in qualche modo organizzato ma fermo alla emergenza iniziale. In cui in contemporanea, in un’enorme palestra, c’era chi provava a dormire, bambini che correvano qua e là, e chi pregava. Senza nessun tentativo di organizzare lo spazio. Mi è sembrato di avvertire una tensione palpabile, in cui basterebbe niente per scatenare il finimondo. In questo caso, comunità mi è sembrato sinonimo di “ghetto”. Non così per i cinesi: mi ha molto colpito il racconto di Francesca, della loro scelta di fare comunità a sé.

Varietà vs standard
Questa antinomia mi sembra che possa riassumere le divergenze tra i “civili” e la protezione civile e forse anche con l’amministrazione comunale.
Dai racconti di Francesca sono emersi una varietà di casi che le istituzioni non prendono in considerazione, un po’ a torto un po’ a ragione, guidate dalla “necessità” di ricondurre tutto ad alcuni standard.

Tempo vs tempi
Il tempo è il concetto su cui nessuno è d’accordo.
A chi vive nelle tende due mesi sembrano lunghissimi; dal punto di vista della protezione civile due mesi sono appena il tempo dell’emergenza; sentendo i racconti dell’amministrazione comunale due mesi non sono neanche sufficienti per elaborare un piano per il futuro ma appena per tentare di capire come venir fuori da tutti i grovigli burocratici; dal punto di vista della ricostruzione in due mesi certo fai arrivare le gru ma non togli tutte le macerie.
Anche perché tempo implica priorità, e ognuno rivendica le proprie, rendendo difficile stabilire un ordine. E’ anche questo, probabilmente, che rende difficile guardare avanti e cogliere tutte le opportunità che la ricostruzione può dare.


[1]    Che a questo punto diventa, oltre ad arte ai massimi livelli, anche una preziosa documentazione di un patrimonio che si sta per perdere? v. “Mondi infiniti di Luigi Ghirri”, Diabasis, 2005
[2]    Un nipote di Francesca che ci ha fatto da guida al campo al Palaverde.
[3]    Secondo i racconti di Antonio, molto persone non stanno facendo veramente i conti col fatto che dal 1 agosto dovranno abbandonare il campo: un luogo dove si mangia gratis, non si pagano utenze, e non si è mai da soli.
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