L’occasione per innovare_ Analisi e proposte di un’economista industriale

Posted on 28 novembre 2012

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Un grande laboratorio di innovazione partecipata: è così che vede la ricostruzione quel gruppo di ricercatori – studiosi di economia, storia, urbanistica, tecniche giuridiche, politiche e sociali dello sviluppo, dentro e fuori le università emiliane – che il 5 luglio scrivono al presidente Vasco Errani e agli amministratori dell’area terremotata una lettera, accompagnata da un documento intitolato “Per ricostruire meglio”.  Mayda Guerzoni, di Rassegna Sindacale, ne parla con Margherita Russo.

Rassegna Sindacale 22 – 28 NOVEMBRE 2012 | N. 41 | p.14

Rassegna Professoressa Russo, vuole raccontare il senso di quella iniziativa?

Russo Di fronte al terremoto, come comunità scientifica abbiamo subito avvertito, oltre allo sgomento, l’urgenza di capire. Ci ha colpito in particolare la vulnerabilità delle fabbriche, che ha rappresentato la novità dirompente dell’evento. Operai, tecnici, imprenditori uccisi dalla seconda scossa sotto i loro capannoni; tecnologie di avanguardia sepolte dalle macerie: evidentemente il funzionamento dell’economia non era tutelato come immaginavamo. Quanto incide sull’attività delle imprese l’assetto istituzionale e normativo in tema di sicurezza del territorio e del lavoro? E cosa va cambiato? Attorno a questo interrogativo abbiamo aperto un fronte molto interessante di analisi, che ha coinvolto anche i professionisti e gli esperti. Abbiamo studiato, fatto ricognizioni, interviste nelle imprese e nei campi autogestiti. Ci siamo resi conto che non basta distinguere tra imprese buone e cattive, che c’è un insieme di responsabilità, un forte intreccio di elementi da collegare. Oggi conosciamo meglio il problema, però le domande sono aumentate.

Rassegna Ma avrete pur trovato qualche risposta…

Russo Direi che siamo più consapevoli che la ricostruzione è un processo sociale, collettivo, fatto di tanti passaggi, ognuno dei quali, a partire dall’emergenza, impone soluzioni che di volta in volta saranno le basi per comporre il risultato sperato.

Rassegna In questa chiave quali esperienze può segnalare?

Russo La sistemazione degli sfollati è un buon esempio. Ne abbiamo discusso a fondo insieme all’urbanista Giuseppe Campos Venuti, sposando l’idea della provvisorietà contro il modello “new town”, pensato per L’Aquila da una mente che non esito a definire criminale: costruzioni prive di identità ma definitive, un danno purtroppo duraturo. La precarietà delle soluzioni che è stata adottata, invece, può lasciare risorse e spazio per progettare il futuro senza ipoteche. Anche sulla scuola l’azione pubblica è stata di massimo coordinamento ed efficienza. È fondamentale avere riportato a scuola i ragazzi, consentendo loro di ritrovarsi insieme nel luogo della socialità per eccellenza in un momento molto critico. Ora si devono ripensare le caratteristiche delle scuole di domani, negli edifici e nella didattica. Rassegna Voi puntate molto sui giovani: cosa proponete?

Russo In generale c’è uno sguardo opaco nei confronti delle nuove generazioni, che non consente di capire i disagi prodotti da questa fase di crisi e stagnazione, dopo un lungo periodo di crescita che invece ha accompagnato le generazioni precedenti. Tremila studenti dell’ateneo di Modena e Reggio Emilia provengono dall’area terremotata. Però io mi riferisco a tutti i ragazzi e le ragazze che studiano e lavorano. Riportarli nel centro dell’azione è un imperativo. Bisogna offrire loro gli strumenti per immaginare cosa possono costruire in prima persona per il loro futuro. Rassegna Sta declinando il concetto di processo sociale?

Russo È un pezzo di un discorso più ampio. La ricostruzione come occasione di rinnovamento dei modelli di sviluppo, del vivere e dell’abitare, deve dare voce e rendere attiva la partecipazione dei cittadini. Per parte nostra abbiamo lanciato un “gioco cooperativo” e ci siamo proposti come interlocutori, ma il dialogo con la Regione non è partito. Confermiamo la nostra disponibilità, mentre proseguiamo le attività didattiche e di ricerca e mentre il blog si arricchisce di voci e progetti.

Rassegna Lei si occupa di innovazione e sviluppo locale, conosce bene i distretti: come ha inciso su questo versante il terremoto?

Russo Gli effetti sui distretti sono tutti da studiare. Posso osservare però che, fin da prima del terremoto, queste realtà avevano affrontato trasformazioni molto significative, nelle quali il carattere distrettuale è stato elemento di forza. Il tessile di Carpi ad esempio, in un ciclo economico di declino di lungo periodo del settore, è riuscito in controtendenza ad aumentare la propria quota nel mercato mondiale per capacità di diversificazione, introducendo prodotti ad alto valore aggiunto, che garantiscono un fatturato più alto però con meno addetti, scontando una contrazione di posti di lavoro sul territorio. Nella meccanica il caso è diverso: qui l’occupazione ha tenuto, è salito il tasso di crescita delle esportazioni, grazie all’altissima qualità, agli investimenti realizzati per adeguare la capacità produttiva. All’arrivo del terremoto il settore si stava già riorganizzando.

Rassegna Le imprese non sono scappate come si temeva?

Russo La prima reazione è stata di non fermarsi perché non erano ammessi ritardi: immediata la ricerca di nuovi spazi per ripartire, per tenere insieme i lavoratori e le loro competenze, che rappresentano la vera ricchezza di queste attività. Abbiamo notato un fenomeno di soccorso reciproco tra le imprese, analogo alla reazione di solidarietà tra le famiglie e i vicini di casa, determinato dal bisogno di aiuto reciproco. Nei distretti emiliani il sisma non ha interrotto la capacità di tessere reti di relazione, così importante nelle strategie delle piccole aziende per reggere l’urto della crisi. Rassegna Dunque lei non teme un impoverimento del tessuto produttivo locale?

Russo No, perché vedo uno scatto di orgoglio e la scelta diffusa di volere rimanere in questo territorio. Le stesse multinazionali del biomedicale restano non solo perché andarsene avrebbe portato loro un grave danno di immagine, o perché la Regione, giustamente, ha preso un indirizzo molto deciso nel vincolare le risorse alla permanenza nella zona. Fattori importanti, ma conta di più l’avere a disposizione un nucleo di competenze forti, costruite nel tempo, ben connesse fra loro, che non è così ovvio ristabilire altrove.

Rassegna Nel vostro documento si legge l’invito suggestivo a non limitarsi alla ricostruzione materiale e a favorire la “dimensione del sogno”. È compatibile con la dura realtà?

Russo Beh, io credo che sia assolutamente necessario. Pensiamo alle politiche comunitarie che riguardano le “smart cities”, che diventeranno un’ossessione con la quale tutti dovremo fare i conti: quell’idea spinge a individuare le specificità dei luoghi, a riconoscere le identità, a ridisegnarle in una prospettiva sostenibile e a ripensare le comunità, mettendo in gioco l’agire delle amministrazioni comunali verso un intervento sistemico capace di valorizzare tutta l’intelligenza di quel territorio. Insomma, bisogna lavorare sul sogno proprio perché la realtà lo richiede.

 

si veda anche l’intervista al Sindaco di Mirandola e il Convegno della CGIL Emilia-Romagna del 30 nov.2012

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