Sfide dell’equità: che cosa ci ha svelato il terremoto sui cittadini stranieri?

Posted on 8 dicembre 2012

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“Quella dei campi era una situazione unica: per la prima volta abbiamo visto la maggioranza delle persone immigrate insieme”. Che cosa hanno visto gli operatori dei servizi socio-sanitari? che cosa è necessario fare? A margine del Convegno “L’accesso dei cittadini stranieri ai servizi sanitari e la sfida dell’equità” , ne abbiamo parlato con Daniela Mazzali, Responsabile dell’Ufficio di piano dei Comuni dell’Area Nord

Intervista a cura di Riccardo Rimondi

La dottoressa Daniela Mazzali è responsabile dell’Ufficio di piano dell’Unione dei Comuni dell’Area Nord. L’Ufficio di piano è un’istituzione che svolge la funzione di “ponte” tra l’apparato tecnico e quello politico in ambito di programmazione dei servizi e di fabbisogno dei servizi socio-sanitari: è una sorta di “braccio tecnico” dei sindaci per prendere le decisioni di programmazione socio-sanitaria. E’ il punto tecnico che raccoglie dal sistema dei servizi socio-sanitari le esigenze della popolazione e le rappresenta ai sindaci, portandoli alla presa di decisioni; predispone la documentazione che serve per la presa di decisioni e ritrasferisce al sistema tecnico le decisioni e gli indirizzi dei sindaci. Il 28 novembre, la dottoressa Mazzali si è resa disponibile per una conversazione di approfondimento sui temi che aveva toccato nel corso del suo intervento all’interno della conferenza “L’accesso dei cittadini stranieri ai servizi sanitari e la sfida dell’equità” (Modena,21 novembre 2012). Riportiamo qui l’intervista, che si è svolta nella sede del Dipartimento di Economia “Marco Biagi” dell’Università di Modena e Reggio Emilia.

All’interno della conferenza lei aveva fatto un intervento su ciò che si era visto, con riferimento ai migranti, in seguito al sisma. Che cos’è emerso?

Preciso che il mio intervento è “ a  lato” dell’argomento centrale del convegno, dato che per formazione e per collocazione lavorativa rappresento la problematica da un punto di vista sia sociale che sociosanitario. Ho articolato il mio intervento su tre interrogativi di fondo: che cosa abbiamo visto? che cosa ci aspettiamo? che cosa pensiamo si debba fare? Ho raccontato che cosa abbiamo visto riguardo ai comportamenti e ai problemi degli immigrati. Quella dei campi era una situazione unica: per la prima volta abbiamo la maggioranza delle persone immigrate insieme. Per rendersi conto dell’importanza del fenomeno dell’immigrazione nel nostro territorio, bisogna tenere presente che la percentuale degli immigrati sul totale della popolazione dell’Area Nord è superiore al 15%. Nelle scuole elementari di alcuni Comuni, e in particolare di quelli più colpiti dal terremoto, gli alunni di origine straniera sono più del 30% del totale. Le abitazioni più vecchie e fatiscenti erano abitate da immigrati, che quindi rappresentavano la maggioranza delle persone da assistere. Anche dopo i primi giorni di emergenza, quando la situazione si è stabilizzata, il 60% della popolazione dei campi era costituito da immigrati. Ci siamo trovati con il delicato problema di dover gestire la convivenza, sia quella tra italiani e migranti che quella tra le diverse etnie. Una particolarità del nostro territorio è costituita dall’etnia cinese, che rappresenta nel nostro distretto il 30% del totale degli immigrati. La maggior parte di loro, però, è uscita quasi subito dai campi per non abbandonare i luoghi di produzione.

Quindi voi avete visto i migranti insieme, cosa che non succede spesso perché molti tendono a non rivolgersi ai servizi sanitari e perché c’è anche una discreta percentuale di irregolari. Ma non li avevate già visti nei pronto soccorsi?

Chiaramente sì, ai pronto soccorsi vediamo tutti perché l’organizzazione del nostro servizio sanitario non sempre si concilia coi bisogni della popolazione immigrata. Se un bambino si fa male a un braccio il pomeriggio, bisogna aspettare il ritorno del capofamiglia per andare all’ospedale (può prendere le decisioni e organizzare lo spostamento). Nei campi, con un’organizzazione sanitaria interna, è stato paradossalmente più facile per gli immigrati usufruire dei servizi sanitari. Soprattutto per quanto riguarda le donne che, anche per questioni culturali, si fanno visitare molto meno e quasi solo per attività legate alla gravidanza. Le questioni culturali riguardano anche gli uomini, ma in misura molto inferiore.

Sempre a proposito delle donne avete parlato anche del lavoro di cura. Che cos’è emerso sulle badanti?

Le badanti sono soprattutto donne dell’est, con un livello di autonomia molto alto. Si sanno anche esprimere molto meglio in italiano, non hanno bisogno del permesso di nessuno per muoversi (anche perché spesso sono qui da sole). Utilizzano molto i servizi sanitari, sia perché anche nei loro Paesi sono abituate a un sistema pubblico, sia perché li frequentano con gli anziani di cui si occupano.

Quindi voi conoscete meglio le donne delle repubbliche dell’est che quelle provenienti da altri Paesi?

Sì, anche perché da diversi anni stiamo lavorando sui contatti con le donne dell’est per migliorare la loro capacità e la competenza con cui svolgono il lavoro di badanti. Abbiamo degli operatori dedicati alla formazione professionale delle badanti.

E’ vero che dopo il terremoto molte donne che lavoravano in questo settore sono tornate nei Paesi di origine?

Sì, molte donne dell’est sono tornate a casa durante il terremoto, anche perché gran parte degli anziani è stata trasferita in strutture fuori dal cratere del sisma. Le famiglie o hanno interrotto il contratto con la badante o le hanno mandate in ferie, quindi badanti nei campi ce n’erano poche. Comunque ora sono tornate, perchè c’è nuovamente un’offerta di lavoro. Sono andate via i primi giorni per proteggersi, ma dopo uno-due mesi avevano bisogno di tornare per lavorare. Anche gli altri lavoratori, in linea di massima, sono tornati. Molti, pur avendo perso il lavoro, sono tornati con la speranza di trovare un impiego dell’edilizia, settore in cui la domanda di lavoro è aumentata in vista della ricostruzione. Gli immigrati che avevano mantenuto il posto di lavoro hanno anche seguito le aziende delocalizzate, perché essendo meno radicati degli italiani sul territorio non avevano problemi a spostarsi. Anche dai dati sulle iscrizioni scolastiche abbiamo visto che sono praticamente tornati quasi tutti, e chi ancora manca ha già fatto sapere che tornerà. Qualcuno ha anche fatto domanda per il ricongiungimento con la speranza di ottenere il CAS e il MAP.

Parliamo ora delle donne che conoscevate di meno. Che cosa avete notato?

Ora notiamo una grossa conflittualità, anche intrafamiliare. Molte giovani, soprattutto marocchine, non volevano tornare nel Paese di origine se non per un breve periodo di “vacanza” a ridosso delle scosse, ma insistevano per tornare e ora insistono perché la famiglia rimanga qui. Le ragazze sanno che qui possono avere livelli di libertà più elevati di quelli che potrebbero avere nel Paese di origine. Questo aspetto, chiaramente, incide in misura minore sui maschi. A prescindere dal genere, comunque, i giovani tra i quindici e i diciotto anni, che sono nati o si sono trasferiti nei comuni dell’Unione da piccolissimi, si sentono a casa loro qui e non nel Paese di origine. Riguardo alle madri di famiglia, abbiamo rilevato un aspetto che non avevamo preso in considerazione: sapevamo che la convivenza nei campi sarebbe stata un problema, ma non avevamo valutato a sufficienza il fatto che per le donne stare in mezzo agli altri sarebbe stato un mezzo di emancipazione. Normalmente le donne escono per accompagnare i bambini a scuola e per fare la spesa, ma trascorrono la maggior parte della giornata in casa. Nei campi abbiamo notato che le donne hanno progressivamente iniziato a stare meno in tenda e a girare –e interagire- di più. Hanno conosciuto degli stili di vita diversi. Confrontarsi con comportamenti diversi comporta anche la fatica a tornare alla vita di prima, e in effetti ora abbiamo dei grossi problemi di conflitti intrafamiliari, originati da diversi motivi tra i quali ci pare di leggere una rivendicazione di maggiore spazio. Per dare un esempio, il corso di italiano organizzato dal nostro CPT ha conosciuto un’impennata di richieste da parte delle donne.

Parlando dei bambini, che problematiche sono emerse?

Abbiamo rilevato grosse criticità nell’alimentazione. Già prima del terremoto, attraverso gli occhi della pediatria e del consultorio, avevamo notato difficoltà nello svezzamento. Anche per effetto degli ultimi anni di crisi economica avevamo visto delle conseguenze sulla nutrizione dei bambini: i bambini erano nutriti meno, oppure male. Ci chiedevamo quanto questo fosse dovuto alla crisi e quanto alla scarsa capacità dei genitori di gestire bene la loro nutrizione. In particolare, la pediatria ci aveva segnalato un problema con i bambini cinesi, forse dovuto alla giovane età dei genitori e all’assenza  di persone di diverse generazioni con esperienza di nursing nella rete familiare. Gli “errori” più comuni vanno da bambini che assumono esclusivamente latte fino a un anno e mezzo di vita e altri che già a quattro mesi prendono alimenti solidi. Non c’è un’abitudine all’allattamento al seno, anche perché le donne lavorano e si servono del latte artificiale, che però crea un dualismo:  da un lato costa molto, quindi si è portati a toglierlo presto dalla dieta per passare all’alimentazione solida; se ne protrae l’utilizzo anche poichè tempi lunghi, perché in questo modo non c’è il problema di dover pensare un tipo di alimentazione differente. In generale, nella popolazione immigrata, anche i nuclei più integrati sono portati a utilizzare alimenti già preparati per bambini come gli omogeneizzati. Nei campi tenda ad esempio è stato difficile convincerli che era meglio offrire ai bambini frutta fresca frullata. Altri ancora sottovalutavano il problema e somministravano alimenti impropri. Questa scarsa attenzione all’alimentazione ci aveva già convinti della necessità di istituire un’attività educativa, che si svolgesse attraverso ambulatori serali e con la partecipazione di figure come gli operatori sanitari e gli insegnanti degli asili. Stiamo cercando di mettere insieme un’esperienza in tal senso in collaborazione con Emergency e Porta Aperta.

Ma come fate a stabilire un contatto da parte vostra senza aspettare che arrivino nei pronto soccorsi?

In questi anni abbiamo costruito un rapporto con le associazioni di immigrati, che fanno da mediatori sotto questo punto di vista. Anche quando c’è stato il problema di organizzare e gestire il Ramadan nei campi, sono state le associazioni di stranieri a renderlo possibile.

Come è stato organizzato il Ramadan?

E’ stato difficile integrare il rispetto delle tradizioni religiose e culturali  degli stranieri con il “sistema” Protezione civile, che non si era mai confrontato prima col problema dell’immigrazione. Inoltre, è stato difficile fare accettare agli immigrati più ortodossi una mediazione sul fatto che non potevano comportarsi come avrebbero fatto in tempi normali, ad esempio sulla deroga del rispetto del digiuno dalle bevande anche per donne e bambini. Si è cercato di fare in modo di adattare gli orari e gli alimenti previsti dal Ramadan. Abbiamo fatto comprare alla Protezione civile alimenti energetici, abbiamo organizzato per loro colazioni più abbondanti di quella standard e abbiamo cercato di fare in modo che mangiassero senza disturbare chi dormiva: in questo senso, la colazione veniva servita senza attivare la cucina. Abbiamo cercato di diffondere l’uso degli integratori. Abbiamo nominato dei leader, che mediassero tra le comunità e le autorità.

Come funzionavano i rapporti fra le varie parti?

Il sistema dei servizi lavorava insieme alla Protezione civile. In sede di Coc veniva predisposto un piano di organizzazione che poi i capicampo costruivano operativamente insieme agli operatori sociali. La maturazione della decisione delle modalità di gestione veniva assunta insieme alle autorità politiche, poi i capicampo traducevano le indicazioni in azioni specifiche. Per esempio, se convocavano la riunione della tale etnia per discutere un determinato comportamento, noi, attraverso l’attività del nostro centro stranieri, individuavamo una persona interna al campo che si assumesse l’onere di diventare il mediatore. Cercavamo di usare queste figure come riferimento e come affiancamento. Non abbiamo limitato questa modalità di lavoro ai cittadini stranieri: anche le altre fasce deboli, a prescindere dalla provenienza, erano connotate da una tendenza all’assistenzialismo.

Tornando all’alimentazione dei giovani, quali altre osservazioni si possono fare?

Un altro aspetto critico è quello del cibo-spazzatura. Le famiglie integrate, quelle che più vogliono assomigliare ai nostri parametri, danno ai figli ciò che la televisione dice essere più giusto. Il cibo ha un grande significato simbolico, e i migranti più giovani hanno abbandonato i loro vecchi modelli per assorbire i modelli culturali che la nostra società trasmette. Chi vuole assomigliare a noi, infatti, lo fa anche attraverso dei modelli “sbagliati”.

Che cos’altro avete fatto per migliorare le condizioni di vita delle donne nei campi?

Abbiamo costruito un villaggio per le puerpere, le neomamme.  Bisogna ricordare che nei mesi estivi le temperature si aggiravano intorno ai quaranta gradi: non si potevano tenere dei neonati nelle tende, c’era bisogno di situazioni più protette. Dovevamo tenere sotto controllo la salute della mamma e quella del neonato. A Mirandola abbiamo creato un villaggio con valenza distrettuale. Grazie a donatori privati di Firenze che ci hanno fornito 4 casette di legno e allo stato di Israele che ci ha regalato quattro case mobili, man mano che le donne partorivano e non avevano una collocazione idonea diversa dalla tenda le abbiamo fatte passare a turno dentro queste strutture, dove monitoravamo le loro condizioni di salute e facevamo arrivare loro i pasti. Abbiamo alloggiato soprattutto straniere, spesso insieme ad altri figli minori. Nel frattempo costruivamo un progetto per procurar loro una collocazione più idonea. Il villaggio ha funzionato bene, sono passate una quarantina di persone e un paio ce ne sono ancora. Era un progetto complesso da mandare avanti, anche perché reperire e predisporre l’utilizzo delle casette richiede tempo e ci sono esigenze di sistemazione della fogna, dell’acqua, dell’energia elettrica… Abbiamo lavorato fino al 2 luglio per organizzare questo campo.

E poi avete visto gli irregolari.

Già. Durante i primi giorni abbiamo fatto entrare nei luoghi pubblici agibili tutti coloro che si sono presentati, anche perché inizialmente non erano ancora stati allestiti i campi della Protezione civile. Abbiamo due ondate di arrivi (20 e 29 maggio) di persone che cercavano nel comune un punto di riferimento. Servivano luoghi dove stare, mangiare, utilizzare i servizi sanitari. Gli edifici pubblici idonei sono diventati luogo di accoglienza. Abbiamo poi spostato tutte queste persone nei campi nel corso delle settimane, man mano che la Protezione civile li costruiva. Dopo la fase iniziale abbiamo cominciato a controllare i documenti, abbiamo fatto i censimenti dei campi e gli irregolari –che comunque non erano tanti- sono stati fatti uscire.

E loro come si sono organizzati?

Molti hanno resistito a lungo nelle macchine e comunque accedevano ai pasti. Oltre alla mensa del campo, infatti, avevamo un’ulteriore mensa esterna al campo, alla quale potevano accedere tutti coloro che erano rimasti fuori dai campi (italiani e stranieri). Salvo rare eccezioni, gli irregolari erano persone già presenti sul territorio, molte con un lavoro anche se non in regola con il permesso e con la residenza. Abbiamo distribuito tende di fortuna, e i viveri e i vestiti raccolti attraverso le donazioni da tutta Italia erano distribuiti a tutti. C’erano una decina di campi spontanei, alcuni di grandi dimensioni. La gente si organizzava, e dove c’erano insediamenti di dimensione superiore alle venti tende abbiamo portato bagni e docce. In alcuni campi ci eravamo spinti a organizzare un elenco di viveri e generi di prima necessità per famiglia. Le famiglie si organizzavano e davano la lista delle cose di cui avevano bisogno al loro “capocampo”, che la passava a noi. I volontari dell’Associazione della Misericordia, che gestiva il magazzino, preparavano poi i pacchi da distribuire. Questo sistema ha funzionato fino a quando non ci siamo accorti che qualcuno utilizzava questo sistema per riempire il proprio magazzino.

Cosa vi aspettate che succederà, ora?

Innanzitutto i problemi nell’ambito del lavoro e delle abitazioni determineranno un aumento nei livelli di precarietà della vita. Poi ci aspettiamo un peggioramento dell’alimentazione e forse si potrebbe immaginare un aumento delle interruzioni volontarie di gravidanza. Certamente riteniamo inevitabile un aumento del disagio psicologico delle persone, con conseguente peggioramento delle condizioni di salute fisica e psichica. Già nelle tende, inoltre, temevamo un riattivarsi delle malattie infettive. Fortunatamente siamo riusciti a tenere la situazione sotto controllo, quindi a parte qualche focolaio -che è presente anche in condizioni di normalità- non ci sono stati problemi. Adesso dovremo vedere come si evolverà la situazione nei MAP, perché lì il controllo delle condizioni igienico-sanitarie sarà minore. Sempre riguardo al MAP, ci sono altre criticità da evidenziare. Ci aspettiamo, e già le vediamo, conflittualità più alte, sia perchè per molte donne non vorranno rinunciare all’emancipazione di cui hanno goduto nei mesi dell’emergenza, sia perchè nei MAP la convivenza sarà obbligata e stretta, e ciò genererà tensioni. Andranno nei MAP circa duecento famiglie, di cui l’80% immigrate. Gli alloggi sono piccoli e tutti adiacenti tra di loro, con livelli di privacy molto bassi. Nei campi l’organizzazione molto ravvicinata e strutturata della Protezione civile impediva l’esplosione delle tensioni, nei MAP questa istituzione chiaramente manca.

Dato che non tutti lo sanno, potrebbe fornire una breve descrizione di che cos’è un MAP?

Un modulo abitativo provvisorio, prefabbricato, dalle dimensioni variabili tra i 30 e i 70 metri quadri. Ospita nuclei familiari che arrivano fino alle sei-sette unità. E’ disposto all’interno di una fila che comprende decine di moduli.

Per quanto tempo dovrebbero rimanere in funzione?

Per due o tre anni. Si sono resi necessari perchè in alcuni Comuni è stato difficile il reperimento degli alloggi per immigrati. Si è cercato di lavorare con le organizzazioni degli inquilini ma pochissimi hanno dato la loro disponibilità. A Mirandola abbiamo censito circa 1700 alloggi vuoti, ma quando abbiamo chiesto la disponibilità ai proprietari hanno risposto positivamente solo in 14. Non abbiamo neanche attivato la procedura, che prevedeva un iter lunghissimo (reperire gli alloggi, fare un contratto con ACER che li avrebbe gestiti, gestire delle graduatorie…). Alcuni Comuni, come Finale Emilia, non hanno avuto bisogno di ricorrere al MAP; Mirandola, Cavezzo, San Felice, Concordia (e Novi, ndr) sì. Il ricorso ai modulo provvisori è necessario perchè tante  persone ancora non hanno una soluzione abitativa normale. Il ripristino delle abitazioni è un fatto lungo e complesso. I proprietari delle case con agibilità E “ pesanti” non sanno ancora come agire per la riparazione, perché non è ancora uscita l’ordinanza relativa. Ci si è infatti concentrati in prima battuta sugli edifici con danni minori, in modo da permettere al maggior numero di persone di tornare a casa in tempi brevi, ma chi ha gli alloggi messi peggio non sa ancora bene come fare. Inoltre, c’è anche il problema di come individuare le priorità di assegnazione: a chi dobbiamo dare la precedenza? Donne e bambini? Anziani? Disabili?

Che cosa ritenete necessario fare ora?

Come ho accennato prima, vogliamo avviare nell’anno nuovo un ambulatorio per i non regolari che metta insieme risposte sanitarie e gli aspetti educativi e sociali. Ci siamo già accordati con la cooperativa Medibase dei medici di medicina generale, Emergency, Porta Aperta, ASL. Vogliamo inoltre ripensare la medicina generale di base territoriale: molti medici di medicina generale hanno collaborato per presidiare la salute della popolazione all’interno dei campi, e quest’esperienza ha dimostrato come la medicina di base, quando bene organizzata, sia una grandissima risorsa. Inoltre, abbiamo visto quanto sia strategico l’associazionismo degli stranieri, quindi l’organizzazione delle comunità straniere è un altro aspetto fondamentale. Stiamo cercando di specializzare un intervento di mediazione del conflitto. Vogliamo agire sui MAP per fare in modo che non siano solo abitazioni, ma che siano presenti anche dei luoghi di aggregazione. Un grande elemento di mediazione con le comunità straniere sono i ragazzi in età scolare, che si sentono radicati in questo territorio. Potranno essere un grande aiuto per comprendersi.

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