Christchurch, Nuova Zelanda, a due anni dal sisma del 2010

Posted on 13 marzo 2013

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Nell’ambito della discussione sulle caratteristiche economiche e sociali dei territori coinvolti da eventi sismici, presentiamo testimonianza di una visita a Christchurch di Patrizia Dogliani che ha visitato la città neozelandese di Christchurch nell’agosto 2012, un anno dopo il sisma che ha distrutto gran parte della città. Intervista di Alfredo Pucci

Intervista alla Prof. Patrizia Dogliani, professore ordinario al Dipartimento di Storia Culture e Civiltà all’Università di Bologna
Bologna, Gennaio 2013

Lei è stata in Nuova Zelanda, e in particolare ha visitato la zona di Christchurch e la sede universitaria, colpita da due eventi sismici, sia nel 2010 sia nel 2011, dal suo punto di vista come ha trovato la situazione neozelandese?

La Nuova Zelanda ha una preparazione sismica ben consolidata, a causa dell’alto rischio di sismicità, ciò porta a un’elevata consapevolezza della necessità di condividere una cultura dei terremoti, come a Wellington, città capitale. La particolarità dei due eventi sismici, soprattutto del secondo evento, è stata quella di colpire non una vasta zona, ma una area limitata alla città di Christchurch, che è stata considerevolmente danneggiata. La situazione può essere paragonata all’evento sismico che ha interessato la città de L’Aquila, con una grande porzione di centro abitato completamente distrutta, in cui è presente una “zona rossa” con presidi militari, dove non è possibile accedere.

Dal punto di vista della popolazione cosa ha potuto notare?

Come già detto il vasto interessamento dell’area di CHCH ha portato la popolazione a spostarsi in zone circostanti la città: chi ha avuto danni di media proporzione continua ad abitare in città, ma la maggior parte della popolazione si è spostata in periferia, dando vita a “città satellite” abitate soprattutto da anziani. È da tenere in considerazione che la maggior parte dei servizi – servizi fognari e le forniture di acqua potabile – sono stati gravemente danneggiati. La cosa che colpisce è il ritorno e il ripristino delle attività commerciali: molti, come in Emilia, hanno spostato le proprie attività in container, o in strutture mobili adibite appositamente, dando un senso di vita alle attività commerciali cittadine. Probabilmente le attività meno colpite sono state le attività economiche primarie, come l’allevamento e l’agricoltura.

Dagli studi effettuati risulta che molto è stato fatto dalle associazioni e dai comitati cittadini, che hanno lavorato duramente durante le attività di soccorso.

Sì, la spinta della popolazione può essere paragonabile a quella dell’Emilia, anche se un po’ diversa, soprattutto se visto in un’ottica di melting pot: CHCH non ha grandi differenze socio-culturali, non sono presenti diverse etnie o religioni come in Emilia, e inoltre ha una condizione economica abbastanza uniforme, quindi il fenomeno della “diversità” è molto inferiore rispetto a quanto visto in Emilia. Sicuramente non è presente la stessa tenacia e lo stesso attaccamento al territorio – la “cultura del campanile” – presente in Italia, anche se si ha voglia di ricostruire.

Riguardo i monumenti storici, in particolare mi viene in mente la cattedrale di CHCH, che ha subito ingenti danni, cosa può dirmi?

La cattedrale – vista a distanza, poiché all’interno della zona rossa – ha ancora delle tracce, ma come molti edifici è totalmente inaccessibile, sormontata da transenne, puntelli e impalcature di sicurezza. Sul piano simbolico si avverte un senso di grande devastazione, proprio perché quasi tutto il centro storico, il centro economico di CHCH sono stati completamente rasi al suolo.

Lei ha visitato l’Università, cosa può dire riguardo le attività di sostegno alla popolazione, e come vivono le strutture universitarie il dopo-sisma?

L’università ha avviato dei programmi di sostegno alla popolazione, con attenzione da parte di diversi docenti sia sul piano storico-economico riguardo il tema della ricostruzione, avviando degli studi di comparazione, soprattutto con grandi eventi, come quello del Giappone di New Orleans – colpita da Katrina. Le strutture hanno coinvolto la popolazione, specialmente i giovani, con programma di teaching post earthquake, e sul tema del recupero della tradizione, coinvolgendo anche gli studenti.

Immagino che l’università abbia anch’essa risentito delle conseguenze del terremoto.

Molti docenti hanno riscontrato un forte declino, soprattutto riguardo i piani d’immatricolazione e i dottorati: la loro preoccupazione da questo punto di vista è la diminuzione del livello di graduate studies nell’area di CHCH – università tra le più importanti in NZ – che porterà gli studenti a preferire altri atenei. C’è una forte riduzione delle attività di ricerca e di accumulazione scientifica, molte delle attività di ricerca sono state spostate in altre zone, soprattutto in Australia, ad esempio a Brisbane, per consentire di continuare i progetti già avviati. Dal nostro punto di vista avevamo iniziato anche a pensare a un progetto overseas verso CHCH, ma in questo momento non si ha una forte attrazione verso quella zona.

Pensa che CHCH possa tornare a essere nella situazione in cui si trovava prima del terremoto?

C’è una forte spinta al recupero, soprattutto da parte dei giovani, che sta convivendo con una situazione particolare come la vita in containers, in cui si cerca di ritrovare la normalità, anche con attività culturali e ricreative, ma ciò deve essere messo in relazione con la situazione demografica neozelandese, diversa dalla nostra: la presenza di grandi spazi può portare facilmente alla creazione di new town, e a una dispersione demografica verso altre zone, e in un’ottica pessimistica all’abbandono delle zone distrutte.

Sotto quest’aspetto molto si sta facendo proprio per recuperare il centro storico e i quartieri del Central Business District con le attività di ricostruzione e di brainstorming per avviare la ricostruzione.

Questo è importante, ma la Nuova Zelanda è diversa rispetto all’Italia: c’è un radicamento della popolazione inferire rispetto a zone come l’Emilia, non dimentichiamo che la NZ ha una popolazione composta prevalentemente di migranti stabilitisi da alcune generazioni, un po’ come l’Australia, con un sentimento di appartenenza al territorio sicuramente inferiore a quello emiliano.

Qual è la sua opinione personale, cosa la ha maggiormente colpita di CHCH?

La sensazione è di un brusco declino, e di un lento ritorno alla normalità, la gente continua a convivere con le scosse di assestamento, in un’apparente situazione di normalità. Solo con uno studio sul lungo periodo si potrà effettivamente vedere come si evolverà la situazione socio-economica di CHCH.

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Posted in: Segnalazioni, Tesi